Le Cronache di Romagna: Nerone, Petrano e Catria

Dieci agosto 2011, la sesta prova del Prestigino ci attende: Nerone-Petrano-Catria, i tre mostri!

La partenza è fissata dal casello di Cattolica alle 6, ma all’ora pattuita si riscontra un’assenza rispetto al preventivato: dov’è Giorgio Montanari? Una rapida telefonata appura che la sveglia non è suonata, così una macchina si mette in moto per andarlo a recuperare a casa. Dopo le battute d’obbligo sul ritardo si può finalmente partire, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia.

A Piobbico il cielo sembra sgombro, nonostante nuvoloni (imponenti, ma all’apparenza non minacciosi) bassi imperversino in cima al Nerone, che sarà la prima delle nostre tre grandi ascese di giornata, da affrontare appena partiti. La temperatura è abbastanza rigida (circa sedici gradi), ma le rampe del Nerone ci riscaldano in fretta: ci sono da spianare 12,5 km all’8% medio. Il traffico è inesistente e l’asfalto in condizioni pietose, ma in salita il problema è assai relativo, specialmente se controbilanciato dai magnifici panorami appenninici che si godono dal crinale e dall’assenza totale di autoveicoli.

Per quanto riguarda me, avendo preventivato una giornata di grande difficoltà, mi muovo seguendo come linea guida quella del “dosaggio assoluto delle forze” e, pertanto, già sul Nerone, mi attardo salendo abbastanza nelle retrovie. E’ la seconda volta che affronto questa salita, e sempre in condizioni di freschezza assoluta, per cui spianarla non è mai un problema particolare. In cima, tuttavia, oltre al freddo (tredici gradi!), lo spettacolo che ci si presenta ha una parvenza quasi spettrale: alle nuvole basse e scure è infatti associato un vento forte che le sposta a rapidissima velocità, quasi a volerci circondare, e, nel tratto che devo condurci verso l’imbocco della discesa che ci porterà a Pianello, viaggiamo in fila indiana completamente al loro interno in una strada stretta circondata da prati con cavalli selvatici al pascolo (qualcuno sosta pure a bordo strada). Lo scenario è piuttosto inquietante, a metà tra un film di Hitchcock e, volendola prendere più sul ridere, il gpm della Coppa Cobram di fantozziana memoria.

Credo invece che la discesa sia stata un lavoro abbastanza ostico per tutti, e assolutamente terrorizzante per me: la strada per Pianello è infatti stretta, piena di tornanti secchi e, soprattutto, pienamente esposta al fortissimo vento che imperversava. Sui primi due rettilinei rischio più volte di cadere nel fosso per via delle violente folate. A quel punto, atterrito, mi attacco ai freni, lascio sfilare tutti quelli che sono con me e cerco, pian piano, di arrivare in fondo rischiando il meno possibile. Per fortuna, come era facilmente prevedibile, man mano che si scende di quota l’intensità del vento cala, per cui gli ultimi chilometri di discesa possono essere affrontati assai più serenamente. Una volta giunti a Pianello ci attende una sosta di circa mezz’ora per attendere Centanni e “Maglianera” Bizzocchi, i quali, nonostante gli ultratecnologici apparecchi satellitari in dotazione sulla bicicletta del primo (che aveva oltretutto visitato le stesse strade poco più di un anno fa!), hanno sbagliato strada in cima al Nerone e si sono temporaneamente perduti tra le oscurità spettrali della relativa vetta. Appena il gruppo si è ricomposto con tutti i diciotto partecipanti (quindici Biondi e tre graditissimi ospiti del Cicloteam 2001 Gabicce) si riparte.

Il percorso originale prevede di affrontare il Petrano da Moria, ma, essendo stati precedentemente informati sul pessimo stato di un tratto della relativa salita (descritto come completamente sterrato, da mountain bike), decidiamo di dirigerci verso Cagli per affrontarlo dal relativo versante, dal quale poi ridiscenderemo. Anche questa è una salita che ho già affrontato l’anno scorso, e si presenta senza dubbio come la più facile delle tre in programma: dieci chilometri al 7% medio, abbastanza regolare ma con un tratto più duro all’inizio. L’asfalto è perfetto e i paesaggi sono un esplosione di verde magnifico. Negli ultimi due chilometri e mezzo la strada non è più cinta dalla foresta, si esce allo scoperto e si possono ammirare gli scenari circostanti con piena visuale, anche se, di contro, si è un po’ più esposti al vento. Anche qui cerco di salire dosando al massimo le energie e mi piazzo, a passo tranquillo, nelle retrovie. Dopo circa cinquantacinque minuti scollino, per ultimo, pochi secondi dopo Ottavio e, a occhio e croce, circa mezzo minuto dopo il gruppetto intermedio che ci precedeva. Rapido rifornimento idrico, mantellina e via in picchiata verso Cagli: discesa facile, divertente, rapida e resa ancor più invitante dal manto stradale impeccabile. Gruppo compatto in fondo e, dopo aver sistemato una foratura di Bizzocchi (nonostante la valvola della nuova camera d’aria si sia rotta) si parte verso il Monte Catria, l’ultimo dei tre mostri, che affronteremo dal versante di Buonconsiglio! Ascesa molto lunga (sedici chilometri), con i primi quattro quasi pianeggianti (in mezzo a un’affascinante gola strettissima) ma i successivi due e mezzo assolutamente terrificanti: le pendenze vanno costantemente dal 13 al 20%, e non c’è mai tregua possibile per poter respirare. Qui vado in crisi. Rapporto agile (non può essere altrimenti), in piedi sui pedali e denti stretti, ma non c’è storia: nei tratti più duri mi ritrovo a viaggiare a quattro chilometri all’ora, in costante lotta per rimanere in equilibrio sulla bici. Tutti i compagni di viaggio ben presto mi superano, ma a un certo punto, davanti a me, vedo il buon Maglianera che arranca ancor più di quanto stia facendo io, e non è un buon segno. Anche lui è in difficoltà netta.

Per fortuna arriviamo a Valpiana, ampio spazio verde a metà salita, dove possiamo constatare che la parte più brutta è stata spianata, e che i successivi dieci chilometri saranno assai più tranquilli (anche perché continuando su quelle pendenze saremmo probabilmente arrivati in cima al K2). Dopo essermi rifocillato mi riprendo nettamente, e riesco ad imboccare ad andatura decente il tratto restante. Nonostante la fatica riesco a notare l’immensa bellezza dei paesaggi circostanti, con uno scenario, nei pressi della vetta, che si apre così tanto alla vista da permettere di scorgere chiaramente, in fondo, sulla linea dell’orizzonte, persino il mare. Purtroppo invece il mio compagno di avventure (o sventure?) non riesce a rifarsi, e la crisi non accenna a passare. Ovviamente lo attendo varie volte per cercare di fargli forza e transitiamo quasi assieme allo scollinamento. Lunga e divertente discesa verso Chiaserna, arricchita dalla presenza di una simpatica ed enorme mucca sulla strada (ma confinata sul ciglio, per fortuna) che ci osserva placidamente mentre le transitiamo sotto il naso.

Al punto di ritrovo i compagni di squadra ci stanno attendendo da più di mezz’ora (grazie davvero per l’immensa pazienza), per cui, dopo un rapidissimo rifornimento idrico, ripartiamo: ci aspettano ancora circa 35 km per arrivare a Piobbico, passando prima per Palcano e poi salendo a Serravalle di Carda. Per raggiungere la prima delle due località dobbiamo superare una salita, che, seppur nella sua brevità, è sufficiente per far perdere contatto a me e Maglianera, ormai cotti definitivamente dalla fatica. Si staccano, per supportarci nel tratto restante, Luca Fantozzi e Centanni. Sulla discesa quest’ultimo fora, io e Fantozzi li aspettiamo in fondo, al bivio per Serravalle, e, nel mentre, già che ci sono, mi accorgo anche io di avere forato. Come se non bastasse, per arrivare a Serravalle c’è una nuova ascesa da superare: certo, nulla a che vedere con i tre mostri, ma si tratta comunque di una salita con pendenze abbordabili che, dopo circa sette-otto chilometri, ci condurrà a settecentocinquanta metri di quota altimetrica, ai piedi di uno dei tre versanti del Nerone. Ovviamente l’impatto sulle nostre già martoriate gambe è devastante, e provvidenziale si rivela l’aiuto di Fantozzi, che si prodiga di tanto in tanto a spingere un po’ me e un po’ Maglianera, accorciando la durata del calvario. I nostri compagni di squadra già da un pezzo sono arrivati a Piobbico (suppongo) quando noi iniziamo ad affrontare la discesa, nella consapevolezza che le difficoltà sono finite. Al bivio finale si volta a destra, poi fila più o meno indiana per i restanti quattro-cinque chilometri e si arriva, finalmente, al bar di Piobbico dove ci si è dati appuntamento, sfiniti ma soddisfatti, e non è retorica, per l’impresa compiuta.

Ora una parola sulle difficoltà riscontrate da me e Roberto: a lui ho già detto quel che penso sul forum e non sto qui a ripeterlo; una giornata di crisi può capitare a chiunque, anche ai migliori, per cui abbattersi o dirsi umiliati è illogico, inutile, stupido e controproducente (e vado volutamente giù pesante con le parole perché quando si ha la forza di arrivare in fondo ad una fatica del genere bisogna sempre considerarlo un successo, non certo un’umiliazione solo perché si è oltremodo sofferto. La fatica è parte integrante del ciclismo probabilmente ben di più di quanto lo sia in ogni altro sport, e se non si accetta di affrontarla anche quando pare essere soverchiante, beh, tanto vale allora andare a giocare a bowling, o a biliardo).
Anche per me dal punto di vista fisico è stata una giornataccia: purtroppo questo agosto ha segnato un declino verticale nel mio rendimento rispetto ai primi periodi estivi, complici, sicuramente, le fatiche e le tensioni nervose della laurea di luglio e, conseguentemente, i pochi chilometri di allenamento cui sono stato costretto nella parte cruciale della stagione. Non voglio certo stare qui a raccontare i fatti miei (anche perché, giustamente, non credo interessino a nessuno), tuttavia ho ritenuto doveroso fare questo preambolo per dire che volevo scusarmi per le lunghe attese cui ho costretto i miei compagni di squadra; la questione principale è che non volevo assolutamente rinunciare a questa uscita, perché alla conquista di questo primo Prestigino tengo molto e, pertanto, pur sapendo che avrei sofferto a dismisura, non ho potuto accettare l’idea di tirare i remi in barca restandomene a casa. Certo, uno che ha ventidue anni e pesa cinquantotto chili su percorsi del genere, a rigor di logica, dovrebbe fare faville, e non staccarsi nei primi chilometri di ascesa, ma purtroppo questo è quello che mi passa il convento, e io, più di così, credetemi, attualmente non riesco proprio a fare. Indipendentemente dalla brillantezza fisica, ad ogni modo, riuscire ad arrivare in fondo a percorsi del genere mi lascia dentro un’enorme soddisfazione, per cui, dopo aver ringraziato il buon Fantozzi per le spinte e tutti quanti per la pazienza mostrata nell’attendermi, concludo dicendo che, nonostante tutto, ne è valsa assolutamente la pena, sicuro del fatto che tutti coloro che ieri hanno partecipato condivideranno questa mia idea.

Alla prossima!